martedì 31 ottobre 2017

Nemici e paure

È un cielo "brianzolo" quello che accoglie l’ingresso in campo delle due squadre, nel quale una triste coltre di nuvolacce grigie ovatta l’atmosfera e rallenta i pensieri, contribuendo a rendere un po’ più "autunnale" una domenica che fino ad allora lo era stata soltanto sul calendario.
La polvere tossica dei seggiolini impasta le mani e macchia i pantaloni mentre qua e là i bugiardini del supermercato s’accartocciano fra i gradoni. Segnali sinistri da un pomeriggio irrequieto: boh, speriamo bene. 

Dalle parti del mare invece, spinto da un cambio dell’ora che accorcia le giornate, anticipa la sera e dilata la notte, l’azzurro del cielo degrada velocemente verso il turchese mentre sulla linea dell’orizzonte pennellate di luce gialla e rosa colorano le ombre, creando nella volta celeste una effetto cromatico blasfemo, come se un bizzarro pittore si fosse prima divertito a mischiare il fazzoletto del Nicchio con quello del Montone, e poi li avesse lasciati lì, in bilico sul niente, nell’attesa di decidere cosa farne. Segnali incoraggianti da un pomeriggio leggero. Anche là, qualcuno spera.
Un brivido fastidioso attraversa la schiena, arrampicandosi lungo la colonna vertebrale fin sotto alla nuca: magari è soltanto una folata di aria fresca insinuatasi sotto la maglietta oppure è proprio un sinistro "presagio del senno di poi". Chissà? 
L’arbitro fischia l’inizio e la partita comincia, ma la curva e la gradinata non sono ancora gremite: forse la gente non ci crede ancora. O forse non ci crederà più.
Il nemico unisce, la paura divide. Davanti all’avversario, gli esseri umani tendono a raggrupparsi: l’unione fa la forza, disse un giorno qualcuno. C’è bisogno di essere uniti questa sera, i ragazzi hanno bisogno di noi. Invece la testa è lontana; forse pensando già al Livorno stiamo cadendo nel tranello di dare per archiviata una partita che - almeno sulla carta - può sembrare quasi una formalità. La storia ci ricorda che la Robur non ha mai perso in casa con il Monza: nei precedenti solo vittorie o al massimo un pareggio. In fondo alla bocca avverto un strana sensazione di amaro, che prima di sdrucciolare in fondo allo stomaco fa in tempo ad innervosirmi. Mi frugo in tasca in cerca di qualcosa di dolce da mettere sotto i denti per alleviare la gola: dolcetto o scherzetto? Arriva la notte delle streghe, penso. Speriamo non stasera. Niente scherzi, vi prego.
Il nostro portiere opta per una livrea nera: da lontano sembra listato a lutto. Un secondo brivido raggiunge rapidamente il punto dietro al collo dev’era morto il primo. Cori in campo e cori dagli spalti. Ma i secondi sembrano molto meno decisi del primo. Dalla curva partono incitamenti lenti e poco convinti. Che cosa abbiamo questa sera? La Balzana, da sempre cantata con fiero orgoglio e sano spirito di appartenenza, viene ripetuta addirittura due volte: c’è qualcosa che non va, penso fra me e me, guardandomi intorno chiaramente a disagio. Di concordo con la squadra, forse anche noi siamo una tifoseria da trasferta.
Il Monza resiste alle iniziali folate bianconere. I minuti passano e la notte avanza. Un’occasione, due, forse tre. Uno di loro tocca la palla con la mano: è rigore? No, niente. Passiamo dal possibile 1-0 allo 0-1 nel giro di trenta secondi: il calcio non è uno sport strano, è proprio bastardo. 44° minuto: la doccia fredda arriva nel momento più inaspettato, come un temporale estivo durante un pic nic.
La paura divide. E davanti al terrore l’uomo si difende come meglio crede: si salvi chi può, gridavano le truppe in rotta dopo una disfatta, scappando da quello stesso nemico che fino a qualche minuto prima aveva coeso gli spiriti, ma che adesso pare dilagare incontrastato lungo tutta la vallata. Una volta in svantaggio, diventiamo frenetici e confusionari; il Monza lo capisce e agisce i conseguenza: tutti dietro e via di contropiede. Il secondo tempo scivola via veloce: qualche sussulto qua, qualche sussurro là, ma nel mezzo tanto niente. Nelle ampie prateria lasciate aperte dal nostro centrocampo, i biancorossi rafforzano il loro successo. Prima raddoppiano il vantaggio poi addirittura lo triplicano. 
"Anche l’anno della C1 si perse in casa una volta", bofonchia un signore grassoccio poco distante da me. "Sì, col Como", aggiunge un altro, due posti più in la. Penso sia bello saper trovare, nonostante tutto, del buono in ogni cosa: tipo un fiore fra le macerie o roba del genere. Mi sento meglio, quasi più sollevato. La sensazione di sollievo tuttavia dura soltanto qualche istante perché un terzo signore, paonazzo in volto ed in guerra con tutti chiude l’almanacco dei sospiri ricordandoci che tanti anni fa alla sconfitta col Como fece seguito quella col Cittadella. Vorrei strozzarlo, poi rammento: oggi come allora diversi goal improvvisamente subiti, zero fatti e una strana allergia alle partite in casa. Il brivido diventa febbre. Occorre immediatamente un antibiotico. Il buon Vujadin Boskov ci insegnava che è sempre meglio perdere una partita 3-0 che tre partite 1-0. E poi i campionati sono lunghi e le pecore si contano a maggio. Sorrido, cercando di trovare un po’ di conforto in quest’ultima frase, anche se un nodo mi stringe la gola: per il momento basta paragoni col passato. L’oro e l’ottone hanno in comune soltanto il colore. 
Il novantesimo arriva lentamente: chissà perché quando vorresti che la partita terminasse in fretta, il tempo non passa mai. I tre fischi dell’arbitro mi sanno di rintocchi di campana: giro la testa verso San Domenico ma dalle quelle parti tutto sembra tacere. Eppure dentro di me ho la sensazione che stia arrivando mezzanotte. La Robur scappa dal castello proprio nel mezzo del ballo più emozionante. La carrozza presto tornerà una zucca e nessuno dovrà vederla. Uscendo dallo stadio, mi sento come dopo una sbronza: mi duole la testa e non ricordo niente. E forse è un bene. La campana dentro al mio cervello ha smesso di suonare e gli orchestrali stanno chiudendo gli spartiti. 
Al centro del campo, abbandonata in mezzo all’erbetta umida, una graziosa scarpetta di cristallo aspetta malinconica il ritorno della sua padrona. Il custode la nota ed incuriosito si piega in avanti per raccoglierla. Accarezzandola con la mano tenta di pulire lo sporco, restituendole l’originario splendore. La scena pare imprigionata all’interno di una bolla sospesa sul finir del giorno. Appoggiato al suo zappino, il signore si guarda in giro spaesato, incerto sul da farsi. I ragazzi della Robur stanno mestamente tornando verso gli spogliatoi, le teste sono basse ed i volti scuri. L’uomo ne raggiunge un paio e chiamandoli per nome li invita a voltarsi. I giovani lo guardano incuriositi: "Tenete, questa è vostra". E porgendo loro la scarpetta sorride sereno: "Sabato sera ritrovate la Vittoria e datele questa".

Siena - Monza 0-3: nella tristezza cosmica della scorsa stagione ci eravamo dimenticati di quanto potesse bruciare una sconfitta. Soprattutto quando arriva inaspettata, come i testimoni di Geova la domenica mattina. Cadere fa parte della vita di tutti. Rialzarsi e tornare più forti di prima è privilegio di pochi. Avanti Robur: perché i sogni non finiscono all’alba.

Tutti uniti insieme avanzeremo.


Mirko

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